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L’ITALIA E’ LA PRIGIONE DEI TALENTI? “IL PRESIDENTE NON HA VOLUTO LASCIARLO ANDARE”

vincenzo luglio 2013

“Mio figlio, quando ha saputo ha pianto in silenzio”. Sono le parole di una mamma che soffre per il proprio figlio che ha un talento innato per il gioco del calcio ma che il regolamento e l’avidità gli sta impedendo di provare a vivere il suo sogno.
“Non voglio che venga scritto il nome di mio figlio, possibilmente nemmeno il mio. La cosa potrebbe inclinare ancora di più i rapporti con la società che sta distruggendo la passione di un bambino”.
Cosa è successo, questo riesce a raccontarlo nei dettagli?
“Mio figlio è stato richiesto da alcune società professionistiche. A noi nessuno aveva detto nulla. Poi si fece avanti una società di serie A e vista la vicinanza a casa propendemmo per questa scelta. Era un’opportunità. Le trattative tra le due società furono lunghe, praticamente da giugno a novembre 2016. Una serie di inganni, trappole da parte del presidente e di suo figlio hanno fatto si che il mio piccolo non andasse a giocare in questa nuova realtà”.
Il motivo?
“Volevano subito intascare il premio che si aggirava intorno ai 20.000 euro. Assurdo!”
Assurdo anche perché oggi molte società lasciano andare a vivere il proprio sogno ai propri tesserati con l’obbligo, in caso di riuscita, di versare una certa somma. Da aggiungere che nelle scuole calcio i genitori pagano rette, a volte salate. Nel suo caso?
“Si sempre! Trasferte incluse, tutto pagavo”.
Assurda questa storia, ma possiamo sapere qual era la società di serie A interessata?
“Una era Udinese. Poi abbiamo avuto anche proposte dal Venezia. Addirittura col Venezia e’ stato orribile: mio figlio ha svolto il ritiro pre campionato e alla fine il mister gli disse che l’aspettava. Ma il problema erano sempre i soldi per cui non si è fatto nulla. Il presidente della società dov’era mio figlio non l’ha lasciato andare!”
Manco a dirlo. La richiesta era esosa?
“Hanno chiesto troppi soldi per un ragazzino. Una squadra di serie A voleva pagare “a scaletta”, stabilendo una quota seconda la carriera che avesse fatto il ragazzo. In cambio il presidente della scuola calcio mi ha chiesto di firmare il cartellino definitivo, vale a dire quello che lo legava a loro fino ai 25 anni. Questo nel caso in cui il ragazzo fosse tornato, per qualche motivo, nelle categorie dilettantistiche”.
Allora l’attaccante “senza nome” e la mamma disperata si sono fatti un’idea su tutta questa vicenda: “ho buoni fondamenti per pensare che il presidente e suo figlio ci nascondono qualcosa. Volevano a tutti costi che firmasse il cartellino definitivo. Intanto lo hanno usato per farsi pubblicità quando il mio piccolo è stato chiamato dal Milan per un provino”.
Una storia triste come spesso accadono, ma questo significa che le scuole calcio sono pronte a spezzare i sogni dei propri iscritti: “Non credo che tutti vogliano il bene dei ragazzini. Al nostro presidente non gli è “fregato” per niente della vita ed dei sogni di mio figlio”.

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