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DA APPRENDISTA MECCANICO A LEGGENDA DEL CALCIO ITALIANO: DINO ZOFF

“Parare per me è sempre stato un gioco. Sin da bambino desideravo fare il portiere di calcio ed ogni momento libero della giornata, dopo la scuola ed il lavoro in officina, era dedicato al mio sogno. È stata la mia famiglia a trasmettermi l’importanza dello studio e dell’impegno professionale, la consapevolezza che nulla avviene per caso e tutto può avvenire se si mettono in campo passione e tanto spirito di sacrificio. Una concretezza ed una solidità mentale che non mi hanno mai più abbandonato. Sono andato avanti così, studiando e lavorando e poi solo lavorando e giocando a pallone, sino a quando, a diciotto anni, sono diventato professionista nell’Udinese”.
E’ il campione d’Europa e del Mondo Dino Zoff a raccontare la sua storia durante l’intervista rilasciata al collega Angelo Roma. Zoff che per tanti è stato esempio di lealtà, di serietà e, soprattutto, antidivo tanto che avverte, con la sincerità che lo contraddistingue: “Il mondo sta cambiando vorticosamente, non saprei dire se in bene o in male. I valori di riferimento sono sempre gli stessi, quelli cha avevamo anche noi ragazzi, con la differenza che oggi sono offuscati dall’esasperazione di ogni cosa e da una feroce ricerca di personalismi. Tutto è esasperato, c’è poca pazienza e molta, moltissima fretta. Si pretende di arrivare subito, considerando la gavetta come una cosa poco positiva. Credo che il mondo dei veri protagonisti dello sport sia ancora sano e ricco di valori, il vero problema è che molti giovani rischiano di venire fagocitati da eccessive pressioni e da ambienti loro vicini che, anziché attendere con rispetto una loro piena maturazione, si preoccupano esclusivamente di capitalizzare al massimo gli investimenti fatti e di ottenere tornaconti personali”.
La sua carriera, ricca di successi, parte dalla gavetta, dai sacrifici. Napoli è stata la sua vetrina, la squadra che più di tutte lo ha lanciato come mito.
Anche Zoff non nasconde questo passaggio: “Io sono arrivato alla Juventus da Napoli, già da Campione d’Europa con la Nazionale. Nonostante ciò, sapevo che l’approdo a Torino significava raggiungere la massima espressione calcistica nazionale a livello di club. Una squadra che aveva tifosi entusiasti in tutta Italia e occhi puntati addosso ovunque. Al di là dei tantissimi gratificanti aspetti esterni e dei trofei conquistati, per me far parte della Juve ha significato entrare in una vera famiglia, severa e con precise regole da rispettare. Una famiglia che ti proteggeva da tutto e tutti e ti spingeva costantemente a dare il massimo. Non c’erano se e ma, alla fine di ogni campionato se arrivavi anche solo secondo, avevi perso”.
Una forma mentis all’avanguardia, vincente che però è figlia anche di tante esperienze umane che, tutte insieme, portano al raggiungimento di certi obiettivi. Dino Zoff porta il suo bagaglio di esperienza di uomo e di calciatore a Torino e, oggi, attraverso i ricordi così si esprime: “Maestri veri e propri non ne ho avuti. Mi piacer ricordare, ad esempio, una persona straordinaria come Gustavo Giagnoni, con cui ho giocato nel Mantova e che mi è stato sempre molto vicino, aiutandomi a prendere fiducia in me stesso e consapevolezza delle mie qualità”.

“A volte un vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato” 
(Nelson Mandela).

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