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“Se non fai canestro ti voglio bene lo stesso”. La storia di Matteo Bruni

I grandi uomini di sport sono quelli che fanno azioni speciali senza neanche rendersene conto, mosche bianche in un modo che privilegia sempre più i risultati all’espressione dei valori che dovrebbero contraddistinguere la pratica di una qualsivoglia disciplina. La nostra testata è sensibile a storie di questo tipo e per questo ha deciso di intervistare Matteo Bruni, istruttore del Basket Calcinaia, società pisana.

Ci racconta cosa è successo nella passata stagione?

“Premessa: ritengo di non aver fatto nulla di speciale. Il mio è stato un gesto normalissimo e mi meraviglio fortemente se penso a quanto sia stato, invece, ritenuto eclatante. Giocavamo un derby ed un mio allievo si era ritrovato a battere due tiri liberi a pochi secondi dalla fine, sul punteggio di parità. Se avesse realizzato almeno un canestro, avremmo praticamente vinto. La tensione fece sì che il bambino sbagliasse la prima trasformazione. Allora sono entrato in campo ed ho compiuto un gesto, successivamente romanzato da alcuni tuoi colleghi, il cui contenuto effettivo è, però, il seguente. Ho dato un bacio al mio allievo (foto in evidenza, ndr) e gli ho detto: ‘dai che ce la fai e, se non dovessi fare canestro, ti voglio bene lo stesso’. Canestro e vittoria”.

Cosa fa il bambino protagonista dell’episodio?

“Si trova in Spagna con la sua famiglia. È stato prelevato dal Barcellona, ma i genitori hanno preferito farlo giocare in una società satellite per non fargli avere troppe pressioni. Sovente gli capita di tornare in Italia: quando viene in palazzetto, è il benvenuto e spesso si unisce anche alle nostre sedute di allenamento. Gioca da playmaker”.

Qual è stata finora la sua parabola professionale?

“Ho avuto un’evoluzione proprio durante l’ultima estate. Per oltre venti anni sono stato manager presso una azienda multinazionale, poi ho deciso di dedicarmi completamente al basket, ma non solo. Sono istruttore di basket e ho contribuito alla fondazione del movimento legato allo street basket, convinto che il vero sport non si celi dietro l’agonismo, ma attraverso la spontaneità del gioco per strada. Inoltre, sviluppo progetti sperimentali in cui propongo lezioni di mini basket, nonché lezioni di yoga e meditazione in cui mi impegno affinché, mediante la pratica sportiva, i ragazzi possano sviluppare una coordinazione motoria tale da far loro trovare non solo l’equilibrio interiore fra spirito e corpo, ma anche una consapevolezza in grado di eliminare ogni forma d’ansia da prestazione. Specialmente quest’ultimo aspetto sta riscuotendo un enorme successo: quando riusciamo ad inculcare in un bambino la serenità giusta per convivere con l’ansia senza esserne sopraffatti, questi ultimi riescono a rendere meglio quando scendono in campo. Inoltre, i nostri insegnamenti sono volti a far sì che la pratica sportiva costituisca uno strumento mediante il quale riuscire a tramutare in energia positiva qualcosa di negativo. Esempio: quando si subisce un fallo, o si risponde con la stessa moneta o si può decidere di sfogare la rabbia per il danno fisico riportato attraverso un gesto tecnico. La seconda strada è quella da noi perseguita”.

Qual è il segreto del bravo istruttore?

“Stabilire un’empatia con i ragazzi, dar loro manforte nei momenti difficili, risultare autorevole ai loro occhi quando forniamo indicazioni e suggerimenti, riuscire a far di necessità virtù quando ci si ritrova ad allenare in condizioni poco performanti. Viviamo sulla cultura dell’alibi, riferendoci all’assenza di attrezzatura adeguata. La bravura deve essere sapersi reinventare, magari facendo come umilmente tento di fare, attraverso la specializzazione in attività motorie che non prevedano per forza l’uso dell’attrezzo specifico. Bisogna rimboccarsi le maniche e scervellarsi per trovare soluzioni, senza lamentarsi. L’istruttore deve avere la stessa qualità che deve animare un docente: riuscire a trasferire passione nei propri allievi. La nostra è una missione”.

Qual è la sua ricetta per la riorganizzazione dell’universo cestistico?

“Un allargamento per quanto concerne l’attività di base. Statisticamente, un bambino su 1000 riesce a diventare un professionista. Se riuscissimo a sdoganarci dall’agonismo, ritengo che ci sarebbero tanti bei risultati. Bisogna investire sui vivai e sul reclutamento giovanile, un po’ come fece la Juve Caserta nella sua epopea d’oro. Credo sia d’obbligo creare una sorta di fidelizzazione per gli atleti che dopo diversi anni di militanza in una certa società non riescono a fare il salto in prima squadra: li inserirei nello staff tecnico, facendoli sentire parte integrante del progetto. L’aspetto principale riguarda, però, la mentalità delle società. Sono rimasto basito quando ho saputo di un evento verificatosi in Puglia recentemente durante le finali del campionato Eccellenza U18. La società vincitrice si sarebbe guadagnata il diritto a partecipare ad un concentramento in Toscana. Ebbene, entrambe le squadre impegnate hanno giocato male apposta, pur di non sobbarcarsi il peso della lunga trasferta. Le due società interessate se la sono cavata con una multa: personalmente avrei optato per una punizione più severa”.

Fonte foto: profilo Facebook di Matteo Bruni

Si ringrazia Mario Spoto per la collaborazione.

Ho conseguito la maturità classica presso il Liceo De Sanctis e sono un laureando in ingegneria elettronica. Giornalista pubblicista dal 26 novembre 2015