Home / APPROFONDIMENTI  / DIEGO ARMANDO MARADONA: “IL PIU’ GRANDE DI SEMPRE? NON IO, MA ‘EL TRINCHE”

DIEGO ARMANDO MARADONA: “IL PIU’ GRANDE DI SEMPRE? NON IO, MA ‘EL TRINCHE”

“Il più grande di sempre?  No, il più grande di sempre aveva sì giocato a Rosario, ma molti anni prima, e il suo nome era Tomás Carlovich”, meglio conosciuto, in Argentina, come ‘El Trinche’ “.

Che sia più leggenda o storia, questo è difficile a dirsi, ma da quando Diego Armando Maradona lo ha citato in quella intervista la sua storia è balzata sotto gli occhi di tutti e, grazie ad una chiacchiera da spiaggia, è arrivata anche al “Bello dello Sport”. Il clou della leggenda la raggiunge quando, umilia, praticamente da solo, la Nazionale Argentina.  Siamo in un pomeriggio di aprile del 1974, la Nazionale Argentina, prossima alla partenza per la Germania dove si disputa la Coppa del Mondo, passa da Rosario e come di solito accade, vuole affrontare una selezione locale per un  match di riscaldamento. In quella gara, però accade l’impensabile, Carlovich ‘El Trinche’, nell’abituale posizione di “volante” (mediano metodista), si esibisce in un repertorio vastissimo e inarrestabile di finte, tunnel, dribbling, lanci millimetrici e contrasti duri e puliti, insomma sembra un adulto che gioca con i bambini e beffeggia  la Nazionale bianco celeste.  Il primo tempo termina 3 a 0 per la selezione di Rosario. La leggenda narra che il CT della “Seleccìon” preghi il tecnico locale di non far giocare quel fenomeno nel secondo tempo. La gara termina tre a uno per la squadra locale e qualche anno dopo,  Cesàr Menotti, CT dell’Argentina che si preparava a vincere i Mondiali del 1978, si ricordò di quella storia e lo chiamò: “Vieni a Buenos Aires, facciamo quattro chiacchiere e un provino e magari giochi i Mondiali con noi” .   “El Trinche” ci pensò su, partì per la capitale, ma poi si fermò lungo la strada a pescare e, accorgendosi che le trote erano abbondanti, decise di rimanere lì.
Ma questa è solo una piccola parte di una storia che è davvero fantastica, non ha mai voluto lasciare la sua città, i suoi amici, il bar dove giocava a carte, tanto che si trovò a giocare in una squadra a quasi 1000 km di distanza da Rosario, un’enormità per uno che vuole tornare ogni fine settimana a casa e che, per salvaguardare questo rito, si fa espellere volontariamente verso la fine del primo tempo per non perdere il primo treno e ritornare dai suoi amici. Torna così a Rosario, ancora al Central Cordoba, dove conclude la carriera idolatrato dai tifosi locali, pronti a giurare che fra i tanti campioni che hanno esibito il proprio talento sui campi di gioco (Redondo, Messi, Maradona), il più grande di tutti è senza dubbio lui, “El Trinche” che vive ancora li  dove è cresciuto  (nato il 20 aprile del 1949).  Tomás (uno dei sette figli di un immigrato croato),  come nelle migliori favole,  si innamora del pallone, unico compagno di giochi nelle povere e polverose strade del “barrio” dove cresce. Tecnicamente è perfetto, ammaestra la palla come vuole e la spedisce dove vuole, manifesta un carattere umile ma orgoglioso, che non abbassa mai la testa e che non conosce compromessi. Dice di lui, Ubaldo Filliol, grande portiere della Nazionale Argentina: “Ho scoperto Carlovich in un’amichevole di preparazione per la Coppa del Mondo tra l’Argentina – di cui ancora non facevo parte – e una selezione di Rosario. Quel giorno li smontò. Aveva una padronanza della palla e una visione di gioco incredibili. È stato il miglior ‘cinque’ che abbia mai visto”. 

Tra storia e leggenda si racconta ancora che grazie al suo talento uno degli ultimi contratti ottenuti prevedevano dei bonus in caso di tunnel e doppio tunnel, e a Rosario, quando giocava ‘El Trinche’ non importava il risultato della partita, ma quante giocate da delirio riusciva a sfoggiare durante i novanta minuti. Da quelle parti è ancora una leggenda, lo ricordano i murales che ancora lo ritraggono (nella foto di copertina), ma ricordano, soprattutto, quando i rivali erano asserragliati in difesa, non era raro vederlo fermarsi e sedersi sul pallone, in attesa di trovare la giocata giusta per infilare la porta. Non per scherno, né senso di superiorità, ma:  “Solo un modo per riposare” ,  dirà.

FONTE E FOTO: UN UOMO NEL PALLONE.COM

redazione@ilbellodellosport.it

"Il bello dello sport" è un giornale sensibile, innovativo e fuori dagli schemi (Sanderra)