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Sul voyeurista (ovvero: il tennista-voyeur)

Il termine voyeurismo (dal francese voyeur, “chi guarda”) caratterizza quei soggetti che guardano persone impegnate in attività, non solo di natura sessuale, cui essi non partecipano. Si tratta di comportamenti frequenti e normali nei bambini che scoprono il proprio mondo guardando gli adulti, mentre proprio nell’età adulta, che dovrebbe ormai essere soddisfatta dall’esperienza personale, il guardare le attività altrui si trasforma in un disturbo psicologico vero e proprio.

Sin qui, la sintesi enciclopedica.

Grazie a mezzi di comunicazione di massa, antichi come la televisione oppure nuovi come internet, si stanno diversificando e diffondendo le forme del guardare gli altri, al punto che psicologi e psicoterapeuti parlano oggi di un vero e proprio “voyeurismo mediatico”: dai reality del grande fratello passando da facebook per arrivare sino ai talk show para-necrofili, sia il voyeurismo morboso che quello dell’orrore surrogano alla funzione canalizzatrice delle tensioni psichiche legate all’eccitazione o alla paura, con sedicenti opinionisti che giudicano comportamenti segreti all’interno delle dinamiche di gruppo, oppure tragiche vicende di cronaca spulciando nel macabro particolare, ovvero commentano l’indicibile, condividono il brodo primordiale, spiano nei profili altrui.

Esiste naturalmente anche un voyeurismo sportivo: la proliferazione dei canali tematici con sport di ogni ordine e grado trasmessi H24 sono lì a testimoniare che il barone de Coubertin aveva torto marcio, perché oggi l’importante sembra essere non più il partecipare bensì il guardare gli altri che fanno sport.

Una delle cause di questo “voyeurismo sportivo” potrebbe risiedere nel fatto che la libera circolazione di merci, capitali e uomini, di campioni uguali alle merci, che danno spettacolo e fanno vendere le riprese televisive in qualità di merci, ha reso lo sport uno spettacolo autoreferenziale dove la competizione non si svolge più tra appartenenti a luoghi geografici distinti ma, grazie all’intervento della globalizzazione, opera al suo esterno. Si fa credere che il tal sportivo o la tal squadra appartengano ad un certo luogo quando nessun luogo è ormai definito e definibile, spogliando di qualunque connotato realistico la pratica sportiva.

Campioni di calcio che un campionato vestono la maglia come una seconda pelle, l’anno successivo passano nelle fila “del nemico” in cambio di più soldi: un tempo neanche troppo lontano sarebbe stato sacrilego tradire la maglia, oggi invece i tifosi dimenticano molto presto. Vi è il caso poi di atleti che non partecipano alle Olimpiadi per malcelate diseconomie nel portafoglio personale; oppure di giocatori di coppa Davis che preferiscono andare ai tornei Master piuttosto che servire la propria bandiera. Anche in questi ultimi due esempi l’onor di patria va a farsi benedire, e se vi è stato un tempo in cui ciò avrebbe fatto enorme scandalo, oggi tutto rientra in pochi giorni nella norma.

La spiegazione del fenomeno può fornircela il filosofo dell’immagine per eccellenza, Jean Baudrillard, il quale sostiene che questa commistione di virtualità e realtà, simulacri come li chiamerebbe, genera una violenza dell’immagine che tende a far scomparire la realtà collocandola in un regime di visibilità assoluta: tutto deve essere visibile, tutto il reale deve farsi immagine, così che l’immagine perde ogni giorno di più la sua funzione di ancoraggio per la memoria. In questo modo il traffico di immagini ininterrottamente propagate da Tv, blog e social network sviluppa una sostanziale indifferenza nei confronti del mondo reale. La conclusione, dice Baudrillard, è che viviamo solo ciò che vediamo. Come nel mito di Euridice, quando Orfeo si volta per guardarla ed ella sparisce ricadendo negli inferi.

Questa breve digressione sulle immagini e sulla loro sostituzione alla realtà è fatto a mo’ di prologo per definire brevemente la “questione Supertennis”, il canale televisivo a mio parere più inutilmente costoso oggi presente sul telecomando.

La vicenda è oramai nota ma la riassumo per chi ignora: tutto nasce dalla candidatura e dal relativo  programma di Massimo Rossi per la corsa alla prossima presidenza FIT nel tentativo di scalzare lo sceriffo Binaghi. Al secondo punto del suo programma, messo lì apposta per non destare sospetti 🙂 Rossi promette la «Revisione del progetto ” Supertennis “, sia con riferimento ai contenuti sia e soprattutto con riferimento allo sfruttamento commerciale del canale televisivo, al fine di incrementare le entrate arrivando progressivamente a diminuire – e possibilmente azzerare – il contributo di circa 5/6 milioni di euro all’anno che grava sulla Federazione per il ripianamento delle perdite. Nell’impossibilità di raggiungere tale risultato, o almeno di avvicinarvisi , occorrerà procedere con una riflessione approfondita circa la opportunità di proseguire in tale esperienza editoriale sia in ragione del rapporto costi/benefici, sia in ragione delle diverse e più proficue attività di natura tecnico/sportiva su cui investire le somme risparmiabili».

Una prima considerazione è quindi di natura prettamente economica: solo nel 2015 la federazione italiana tennis ha dovuto ripianare un buco di bilancio, causa la quasi totale assenza di sponsor sul canale, sborsando la bellezza di 6,5 milioni di euro. Nel mese di giugno, dati auditel e mese bollente per il tennis internazionale, il canale Tv della FIT raggiunge un misero 0,10 di share con appena 10 mila spettatori. Insomma, il canale di propaganda federale costa una cifra blu e non rende nulla.

La faccenda rimbalza anche sulla stampa nazionale, dove due noti commentatori di tennis non la mandano a dire: Bertolucci (Sky) «[…] punterei meno sulla tv e più sul settore tecnico»  e Semeraro (Eurosport) «[…] il canale tv della FIT ci ha aiutato a vedere gratis in diretta i trionfi di Pennetta & Co., ma per ora non è servito a svezzare le eredi. È il momento di tornare a investire sul settore tecnico e sulla base». Dunque il problema Supertennis esiste. Eppure …

Eppure quando leggo i commenti nei social c’è da restare stupefatti. La stragrande maggioranza condanna senza appello la scelta programmatica del candidato Rossi sostenendo che – finalmente – in Italia è possibile vedere gratis un po’ di tennis in televisione, mentre solitamente era bistrattato da mamma RAI. In buona sostanza a questi “webeti” poco importa che il tennis italiano sia alla canna del gas, che quei soldi spesi per mantenere in vita un canale inutile potrebbero essere destinati ai circoli ed alle attività di base, come vorrebbe Rossi al punto due del suo programma; poco importa se le tasse federali aumentano ogni volta proprio in danno al tennis di base anche per mantenere in vita la propaganda federale. E quando praticare il tennis diventa costoso, come in Italia, la base da cui attingere si assottiglia e la possibilità statistica che venga fuori un campione si assottiglia anch’essa. Insomma, il classico cane che si morde la coda.

Vorrei però ricordare ai tennisti webeti che mamma RAI trasmetteva (quasi) tutte le partite di Panatta, Bertolucci & co. quando erano ai vertici del tennis mondiale, e che se oggi non vi sono campioni a fare da traino, come accadde alla fine degli anni ’70, la colpa non è di chi non trasmette il tennis in televisione ma di chi non è in grado di sfornarli: credo di poter affermare senza timore di smentita che mai nessun campione è nato guardando la televisione invece di scendere in campo.

Ecco, questo vorrei dire ai nuovi guardoni del tennis, i voyeuristi”: spegnete la Tv e andate a giocare a tennis, la realtà vera è quella. Ne guadagnerete in salute, e quando c’è la salute c’è tutto.

Link: il mito di Orfeo ed Euridice

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